Fuggendo dalla pressa mediatica

ESTATE

Posted by on Feb 2, 2017 in Racconti | 0 comments

ESTATE

Ricordo quando mio padre tornava dal turno di notte con la focaccia appena sfornata.Io ero già sveglia quando lui infilava la chiave nella toppa e si spandeva per casa il profumo di caffè e focaccia.”Per quanto faccia piano , la sveglio sempre”diceva papà alla mamma vedendomi comparire sulla porta della cucina, in mutande A.G.T. ascellari e la canotta di mia cugina.

Aspettavo che la mamma riordinasse tutto, mi preparavo di corsa e quando uscivamo per andare al mare, papà avrebbe finalmente dormito.Andavamo sulla spiaggia libera:papà sarebbe arrivato verso mezzogiorno con il cestino del pranzo che la mamma aveva preparato la sera prima:insalata di riso,zucchine ripiene,pesche e acqua minerale.Ma la vera festa era quando ci raggiungeva la compagnia dei bagni”Aurora”, perchè papà facesse da arbitro al gioco del bastoncino; secondo simpatie  e antipatie, alleanze fatte e disfatte, cambiava la penitenza:”dire fare baciare lettera testamento”, il sorriso sornione dietro gli occhiali da sole.E così capitava che Luisa dovesse peer forza baciare il maestro di musica a che Dino andasse a recitare una filastrocca scema alla signora grassa.E lui ci si divertiva un mondo, con la mamma parlavano tra loro dei “ragazzi”, specie al tramonto mentre mamma annuiva con la sigaretta in bocca e lui diceva:”Luisa è molto carina ma non sa di esserlo”.La mamma aveva il costume nero e bianco, un cappello di paglia e occhiali neri come quelli di papà. Accendeva la sua sigaretta e io guardavo ammirata le sue lunghe unghie color geranio o albicocca, la cui durezza, per un vezzo,provava nelle palme delle mani.I suoi capelli castani erano un caschetto mosso sul viso di bambina.Quando papà faceva il turno del mattino, stavamo a letto fino alle dieci, col vassoio della colazione a leggere Topolino io e Confidenze lei. A volte arrivava la nonna e le diceva:”Oh che bellina, uno di codesti giorni tu bruci la casa con le sigarette” e andava intorno a svuotare tutti i posacenere, mentre le raccontava le ultime novità di Firenze, della sorella della mamma che sarebbe arrivata a giorni.Mi sembrava già di sentire nell’aria il profumo persistente della zia, di vedere il suo beauty-case sul mobile del bagno, sempre aperto, dentro il quale io mi perdevo.Noi non avevamo la macchina, ma lo zio aveva la Lancia Fulvia color prugna, grande e lucida; e sempre, quando papà faceva il turno di notte, io e la mamma eravamo invitate a prendere il gelato la sera; ridevo sempre e divoravo il gelato al colmo della felicità, mentre la zia parlava alla mamma dicendole ogni tanto:”Capisci, cara?” e toccandole il braccio.La mamma teneva la testa bassa o guardava fisso qualcosa mentre frugava veloce nella borsa in cerca delle sigarette.

Zia Etta era alta più di mamma e biondissima, ogni tanto qualcuno le diceva:”Lo sa che somiglia a Doris Day?”. Raramente pranzavamo a casa nostra, in genere andavamo al ristorante. In casa faceva molto caldo, c’era un ventilatore verde sul soffitto e mi chiedevo il perchè di tanti piatti, bicchieri, posate… papà lo perdevo di vista e lo ritrovavo solo quando lo zio ripartiva lasciando Etta da noi.

Il giovedì e il sabato si ballava al “Giardino Serenella” e mamma non cenava per essere più leggera tra le braccia di papà.Metteva un vestito a campana color rosa tenue, scarpe bianche col tacco e si disegnava una riga nera proprio sopra le ciglia;anche zia Etta si preparava, indossando sempre un vestito diverso.Insieme poi mi vestivano con un abitino rosso con la gonna corta inamidata e mi tiravano su i capelli arrotolandoli e puntandoli con delle roselline.La mamma mi guardava fisso per un momento, poi diceva:”Vai da papà”.Lui era seduto in veranda, sul dondolo di vimini,fumando guardava il tramonto sul mare mentre io solenne percorrevo il corridoio per apparirgli all’improvviso davanti e sentirmi dire:”Ecco la mia donna” e io correvo ad abbracciarlo con la faccia che mi bruciava, il cuore in gola, godendo il suo buon odore di tabacco e di caffè. Il nostro arrivo pareva quello dei personaggi importanti.Papà lo chiamavano “Il duca”perchè giocava bene a biliardo e non perdeva mai la calma; non come gli altri che finivano per dirsi “finiamola”, sbottonandosi i polsini della camicia bianca e avviandosi alla porta sul retro.Lui faceva il giro del tavolo verde con la stecca in mano.A un certo punto diceva “basta” e si passava entrambe le mani nei capelli uscendo dal bar; fermo sui gradini cercava con gli occhi la mamma che ballava sulla rotonda e con noncuranza andava e la toglieva dalle braccia del cavaliere del momento e la faceva ballare guardandola negli occhi.

Dopo Ferragosto la mamma tirava fuori un paio di pantaloni blu alla pescatora e una maglietta a righe bianche e blu.”Non ne ho voglia” diceva se papà le proponeva di scendere in spiaggia e lui, con aria rassegnata, mi prendeva per mano e  andavamo insieme in riva al mare.Mi guardava giocare con i secchielli e le formine in silenzio, fumando una sigaretta dopo l’altra. Ogni tanto si vedeva una nave all’ancora al largo del porto, lui mi chiedeva:”Dove andiamo?” e io:”A New York” “E cosa ti aspetti di trovarci?” Io non sapevo cosa rispondere e lui infilava il mozzicone nella sabbia, mi prendeva in braccio e insieme guardavamo verso il mare. Mai mi sono sentita tanto sicura vicino a un uomo.

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