Fuggendo dalla pressa mediatica

Il Don

Posted by on Giu 4, 2014 in Racconti | 0 comments

Il Don

Giravamo divisi in bande per il quartiere di palazzi dell’edilizia popolare. Grigi e beige, con i lati esposti a nord ricoperti di amianto. Le vie tortuose tra le case erano senza asfalto, grandi pietre sulle quali le nostre ginocchia avevano lasciato il segno.
L’illuminazione inesistente ci costringeva a rincasare presto le sere d’inverno quando eravamo  bambini.
Da ragazzini proteggeva i primi baci ansiosi e stordenti che sembrava non finissero mai.
Erano i tempi in cui il paio di pantaloni sbagliati, soffermare lo sguardo un secondo di troppo su una ragazza della banda avversaria scatenava epiche battaglie.
L’indomani a scuola i ragazzi esponevano fieramente i loro occhi tumefatti alla lavagna dove il professore di matematica cercava speranzoso di indurci a comprendere il Teorema di Pitagora.
Tommasino mi aveva dato un bacio nel portone del palazzo dove abitava Giovanna.
Mi prendeva per mano uscendo da scuola e rubava  per me le arance dalle cassette che il verduriere teneva temerario fuori dal negozio.
Poteva comprarle, ma era una prassi non contemplata nelle norme che regolavano le bande.
Per una ragazza dovevi rischiare qualcosa, altrimenti non eri un uomo.
Era bastato questo a fare di me la sua ragazza.
Fumavamo già tutti, mentre giocavamo ancora a guardie e ladri.
Con le biciclette ci avventuravamo in primavera nelle zone delle Terrazze, le tipiche coltivazioni della Liguria, che ancora esistevano dietro il quartiere nato da poco.
Eravamo il tormento dei contadini, rubavamo le fave, le ciliegie, le pesche…i dolcissimi fichi portando spudoratamente con noi il pane con cui accompagnare la merenda il cui gusto era unico!
Sfortunatamente esisteva una sola panetteria frequentata sia dai contadini delle fasce che dai nostri genitori.
Che si conoscevano essendo la nostra città poco più che un paese.
Se entrando a comprare il pane con mamma vedevo il contadino cercavo di fuggire ma la mano callosa abituata alla zappa calava inesorabile sulla mia spalla, come su quella di qualunque altro amico mio fosse stato lì in quel momento. L’elenco delle malefatte veniva esposto a mamma arricchito e romanzato io stessa mi stupivo della fervida fantasia sorprendente in un contadino! Lo stupore colpiva mamma, la stretta si allentava sulla mia spalla…via!!!
Era il momento che aspettavo per sfuggire alla punizione che invece mi avrebbe raggiunta puntualissima a casa tramite la mancata somministrazione della cena.
Capirai che perdita! Stoccafisso e patate! Ma per affetto verso mamma fingevo di disperarmi per il mancato pasto promettendo solennemente di non farlo mai più! Cosa in particolare non lo ricordavo nemmeno, ma era bastante per placare l’ira materna!
La domenica andavamo tutti a messa. Mica per fervore religioso!
I maschi giocavano a pallone nel cortile dell’Oratorio, tre volte a settimana.
Metteva male farlo nelle strade tortuose e in discesa tra le case del quartiere!
Il prete era un omino con spesse lenti dalla montatura enorme e lo chiamavamo la Tartaruga.
Il pomeriggio dedicato al Catechismo: libretti colorati aperti sul tavolo di formica bianca al centro della stanza odorosa di legno nuovo, dietro l’Altare della Chiesa.
Era stata costruita apposta per il nuovo quartiere popolare nello stile architettonico degli Anni Settanta che guardava ad un futuro su altri pianeti. Inguardabile.
La Tartaruga era un uomo sommesso dalla voce sottotono che a stento celebrava la Messa sovrastato dagli sguardi arcigni e indagatori delle fedelissime della Chiesa.
Terribili donne baffute, alle quali era un attimo fare un torto vista la loro scarsa disponibilità verso il prossimo dovuta ad un eccesso di fervore catechistico: nessun essere umano corrispondeva alle caratteristiche dettate dalle sue regole, nessun essere umano era quindi degno del loro rispetto.
Nemmeno la povera piccola Tartaruga.
Le sciammannate si erano erte a difesa della nostra Parrocchia  per la quale necessitava, a loro parere adamantino, un uomo di ben altra statura.
La Diocesi le aveva accontentate, albergando tra le loro file mogli di salumieri e macellai cari alla Curia.
E così, un pomeriggio d’inverno iniziato come tanti, tra raffiche di vento, geloni alle ginocchia e botte da orbi tra i ragazzi sul Sagrato prima del Catechismo, era apparso tra noi lui.
I bottoni della tonaca sembrava che da un momento all’altro potessero sfuggire al controllo dell’enorme pancia e colpire qualcuno di noi a casaccio.
Le mani, enormi sui fianchi, facevano presagire attacchi improvvisi alle nuche dei ragazzi più vivaci.
Solo due di noi non lo avevano ancora notato, continuavano imperterriti a picchiarsi con religioso fervore.
Bisognava farli smettere, ma non sapevamo come.
Tommasino ci tolse dall’imbarazzo. – E finitela una buona volta! C’è IL DON! –
Il capobanda più temuto del quartiere aveva così riconosciuto il valore dell’uomo appena arrivato come Pastore delle nostre anime.
Il nostro quartiere si estendeva dalla via Aurelia, a ridosso del mare, sino alla collina.
Le strade in salita, tortuose e non ancora del tutto asfaltate, delimitavano le zone del quartiere.
La più bassa, che dall’Aurelia arrivava alla Chiesa, era sotto il controllo della Banda di Lino. Un ragazzone massiccio, dietro la cui rubiconda espressione si celava il picchiatore più sistematico di tutti.
Dalla Chiesa alle case dell’INA Casa, comandava invece Silvano. Lui e i suoi avevano particolarmente a cuore che l’abbigliamento di coloro che transitavano nelle loro strade, fosse consono ai dettami dell’ultima moda. I colori abbinati. Ogni dettaglio curato.
Chi non corrispondeva alla loro idea di eleganza, veniva invitato ad andarsene al più presto dal quartiere a suon di sberle.
Restava la zona di case popolari sulla punta della collina, per Masino.
Masino non esercitava il potere con la violenza. Non ne aveva bisogno. Arrivava, con il suo sorriso scanzonato, minimizzava scontri e dispute. Nessuno litigava in sua presenza. Ma tutti lo rispettavano.
Aveva un solo difetto. Prendeva la roba che gli piaceva senza chiedere permesso, anche dalle bancarelle dei pochi negozi esposte sulle vie. In particolare, al momento dell’avvento del Don, al posto della Tartaruga, la sua attenzione era rivolta alla cassette di legno del fruttivendolo, colme di arance.
Camminava per il quartiere con me per mano. Non aveva mai detto nulla, ma il fatto che mi aspetasse sotto casa e mi prendesse per mano, mostrandosi così in giro, era bastante a significare che ero la sua ragazza.
E per non farmi mancare nulla, rubava per me le arance dalle cassette del fruttivendolo.
Il quale fruttivendolo era attivo nel Consiglio Parrocchiale.
E la storia delle arance arrivò così sino al Don.
Il venerdì pomeriggio alle cinque, orni attività dell’Oratorio, partite a pallone, recite, corsi di cucito e allenamenti di atletica, terminava. Era il momento della Confessione, sin dai tempi della Tartaruga.
Le attività erano nate insieme al Don. Con la Tartaruga ci ritrovavamo solo per il Catechismo e i film domenicali.
Il Don ci aveva invece impegnati come gruppo parrocchiale, formando squadre di atletica e calcio, che partecipavano a tornei e gare organizzati in qualsiasi ambito dove fosse possibile inserirsi.
Eravamo i TIMOR nome inventato da lui di cui ancora adesso è oscura l’origine.
Il primo venerdì pomeriggio dell’Era del Don, entrammo con rassegnata disciplina, in fila in Chiesa. Percorrendo la navata centrale, accennavamo un’inginocchiata e un rapido segno di croce. Chi sceglieva le navate laterali arrivava baldanzoso alle prime panche di fronte all’Altare, dove per consuetudine attendevamo il nostro turno al Confessionale.
Il Don si parò in tutta la sua corpulenza, resa ancor più minacciosa del nero lucido della tonaca, davanti a noi con le mani sui fianchi.
La posa vagamente mussoliniana intimorì ogni tentativo di risatine, spinte, solletico e chiecchericcio con i quali accoglievamo la Tartaruga.
“Bene!” Urlò stentoreo come se fossimo tutti nell’ultima fila, invece che nella prima.
“Come vi regolavate per la Confessione?”
” La Tartar..ehm! Don Rapisarda si piazz..cioè, si sedeva…accomodava…stava, insomma! dentro il Confessionale. E a turno andavamo a confessarci.”
“E dopo?”
“Dopo cosa?”
“Dopo esservi confessati che succedeva?”
” Dicevamo le preghiere. Qualcuno ci metteva di più” (risatine) “Qualcuno di meno.”
“E dopo?”
“E dopo. Dopo aspettavamo che uscisse dalla scat..dal Confessionale, lo salutavamo e andavamo via.”
“E il venerdì dopo, eravate di nuovo tutti qui?”
” Sì, tutti! La Tart..Don Rapisarda ci teneva che ci confessassimo ogni settimana!”
“Tutti?! Sempre?!”
“Tutti, sempre!”
“Come capivate di aver commesso qualcosa di sbagliato?”
“Mah…non so! Dicevamo sempre le Ave Marie o i Padri Nostri che ci faceva dire Don Rapisarda. A volte erano tanti, altre, erano meno. Ma li dicevamo sempre, sempre!”
” E nel lasso di tempo tra i venerdì di Confessione, che facevate?”
“Catechismo!”
” Ma no qui! Che facevate di voi stessi, di quello che avevate confidato al prete. Vi ricordavate cosa vi aveva detto?”
“Dicevamo le Avemarie!”
Il Don prese un respiro che avrebbe potuto far partire una locomotiva.
“Bene! Fuori di qui, tutti! Andiamo nel giardino di sotto!”
Stupiti e vagamente paurosi sul nostro destino più prossimo, ci avviammo con curiosità riluttante nel luogo scelto dal Don.
“Bene! La Confessione per me non esiste! Esiste la Confidenza. Se qualcuno di voi sente di aver fatto qualcosa di sbagliato, perché lo capite da voi, lo so, viene da me e se ne parla. Non ve la cavate con quattro Avemarie e poi ripetete lo sbaglio. Vi impegnate a non farlo più. Non sarà facile. Non ci riuscirete subito. E’ una strada lunga e difficile.
Bisogna per prima cosa capire di aver sbagliato. E questo è il primo passo. Chiedersi il motivo, per cui si è sbagliato. Perché nessuno commette errori senza motivo, c’è sempre. La motivazione va cercata dentro voi stessi. Scoprirete molto, se vorrete esercitarvi su questa strada. Sono qui per aiutarvi. Cadrete e vi rialzerete. Andrà bene per un po’, e tornerete indietro. Niente paura. Perseverate. E’ l’unico modo che conosco per vivere pienamente la vita. Che non si limita a peccare ed essere assolti. Non è così facile. Per nessuno. Sono qui per insegnarvi a riconoscere i vostri errori, a saper chiedere scusa a chi avete ferito. A saper perdonare chi vi chiederà scusa. Perché nessuno di noi è superiore a nessuno. Non voglio ricevere le vostre confidenze nascosto dietro un paravento. Voglio che ci guardiamo in faccia. Voglio sentire , vedere se dite la verità. E’ un buon punto di partenza la verità. Se potete, se non ferite con la vostra verità, ditela sempre. Ditela sempre a voi stessi.
Questo è per me il Sacramento della Confessione: un giardino, una panchina e due esseri umani che parlano tra loro senza nascondersi. Chi crede nelle Avemarie ripetute all’infinito, venga pure in Oratorio, a Messa. Ma non pretenda da me QUELLA confessione. Ci sono altri preti, altre Chiese. Dove sono io, è così. Se va bene anche per voi.”
Il Don a noi piaceva. In quel modo istintivo del bambini. Anche se ci credevamo in qualche modo già grandi, eravamo ancora piccoli. Piccoli di fronte alla vita. Che ci faceva tanta paura, tanto da esorcizzarla riunendoci in bande, per difenderci da chissà cosa, poi.
Il Don se ne andò all’improvviso. Il sagrato della sua Chiesa era gremito di persone, ragazzi, donne, bambini. Piangevano lacrime sincere.
Le sue parole di quel pomeriggio d’inverno, ci hanno accompagnati nel tempo. Anche se abbiamo avuto bisogno di tempo per comprenderne il significato semplice e straordinario.

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