Fuggendo dalla pressa mediatica

Il mondo di frutta candita

Posted by on Mag 28, 2014 in Racconti | 0 comments

Il mondo di frutta candita

Fammi entrare nel tuo mondo

di cappelli a larghe tese

di luci sempre accese

fammi entrare…

 

 

La vocina acuta e sottile di Daniele, mi colpiva sorridente mentre scendevo le scale della Casa Famiglia dove lavoravo come vigilatrice ai bambini.
Mi guardava fisso finché non raggiungevo la cucina, ci teneva a farmi capire che sì, la canzone di Gianni Morandi uscita quell’estate era proprio dedicata a me!

Daniele ere figlio di divorziati. Una malattia incurabile l’avrebbe segnato di meno nell’Italia di quegli anni, progressista nelle leggi, provinciale e bigotta nei fatti.

E non lo aiutava certo il fisico, esilissimo, le pelle bianchissima disegnata da una ragnatela di vene azzurrine. Gli occhi grandi, come quelli di una bambina, dolcissimi. Le orecchie a sventola rimarcate dal taglio di capelli militare.

Daniele scioglieva il cuore al primo sguardo.
Volevi solo prenderlo in braccio e proteggerlo da tutto e da tutti.

Era inevitabile che la partita avariata di carne, comprata apposta dalla Direttrice per lucrare sul prezzo delle rette pagato dai genitori, colpisse lui in maniera più violenta che tutti gli altri bambini.

I quali se l’erano cavata con un giorno di diarrea, e via.
Lui no. Lui si era ricoperto di placche bianche e gli era salita una febbre da cavallo.

Lina ed io poi, non lo avevamo più visto in camerata con gli altri bambini, e ne avevamo chiesto notizie alla Direttrice.
Avvicinarsi a lei era come trovarsi davanti ad un iceberg nel Mar dei Caraibi. Un colpo.

– E’ in infermeria – aveva risposto gelida, appunto.
– Ma come sta? – avevamo insistito
– Fossi in voi mi occuperei delle lenzuola da cambiare nella camerata al terzo piano, inteso? –

E occupiamoci delle lenzuola adesso. Più tardi che ti piaccia o no inutile tentativo di donna, ci occuperemo di Daniele.

Mezzanotte. Silenzio e oscurità da non rompere per nessun motivo mentre scendiamo a piedi nudi le scale che portano all’infermeria.
Daniele dorme nella camera singola in fondo al corridoio.
Ora non dorme, piange. Sommesso e disperato, con le manine sotto il cuscino abbracciando qualcuno che non c’è.

– Daniele…- sussurro – Daniele sono Luisa – mentre faccio per sedermi accanto a lui.
Non mi lascia il tempo! Un balzo ed è abbracciato a me, le gambe avvinghiate alla mia vita, le braccine al collo!
– Luisa ti prego voglio il mio papà! La Direttrice cattiva non lo chiama dice che non vuole preoccuparlo, ma ho tanta voglia di vederlo, io!!!-
– Ssstt!!! Daniele non farti sentire! Ha un telefono il tuo papà? –
– Sì, quello dell’ufficio…ti prego chiamalo adesso! –
– Sarà difficile sia in ufficio adesso! Ma tu dammi il numero, vedo quello che posso fare! –
I singhiozzi si fanno sempre più radi. Le manine  nelle nostre allentano la presa straordinariamente forte per lui.
Il respiro è ora regolare. Ci allontaniamo Lina ed io. Con il foglietto dove abbiamo segnato il numero di telefono del papà di Daniele.

La cabina telefonica è un totem in mezzo alla piazza principale del paesino di montagna dove si trova  la Casa Famiglia.
Alle due del pomeriggio di un assolato giorno d’agosto pare di entrare in un forno crematorio.
Comporre il numero mi crea scottature di terzo grado, avvicinare la cornetta all’orecchio è temerario!
Ma gli occhioni di Daniele sono ancora febbricitanti.
Da quasi una settimana la febbre non accenna a diminuire e non si vede un dottore.
L’iceberg ha la, diciamo così, coscienza sporca per la partita avariata di carne acquistata intenzionalmente e per nulla al mondo vuole che si sappia in giro.

– Pronto parlo con il Signor…-
– Sì, sono io. Chi parla? –
– Mi chiamo Luisa e lavoro alla Casa Famiglia dove si trova suo figlio Daniele. – Adesso ho il cuore talmente in gola che mi aspetto di vederlo spiaccicato sui vetri della cabina telefonica da un momento all’altro. Che sto facendo? Butta giù mi dico sei ancora in tempo! In questo mondo dove farsi i fatti propri è una religione sei l’eretica che brucerà al rogo.
– Mi ascolti per favore, senza allarmarsi. Nulla di grave ma suo figlio ha una febbre sospetta da una settimana, e placche bianche sul corpo che ora sono croste. Lei è stato avvertito dalla Direttrice?-
– Mio Dio! NO! Ma non mi è piaciuta quella…(il poema di Omero più citato nella storia) quando ho iscritto Daniele. Piaceva tanto a mia moglie…la mia ex moglie, per fortuna. Mi scusi, sono stupidaggini queste, mi dica signorina..?-
– Luisa. Senta Daniele vuole vederla, e capiamo che ne ha mille motivi. Lei però capiti qui come per caso, avrà pur il diritto di venire a trovare suo figlio quando crede, no? Ecco, arrivi e chieda di lui, ma per favore, non faccia il mio nome ne’ quello della mia collega Lina! Noi non abbiamo detto nulla. Abbiamo ancora due mesi per godere della compagnia della Direttrice…lo capisce vero?-
– Ho capito tutto. Ma Luisa, lei quanti anni ha?-
– Quindici a settembre perchè?-
– Perché vorrebbero tante trentenni essere come lei. Complimenti. E grazie, per ora.-
– No guardi, niente per ora e per poi. Grazie è più che sufficiente! Arrivederci!-

Butto giù il telefono con forza.
Indosso il vestito corto a fiori psichedelici viola e panna, cortissimo che lascia nude schiena e spalle ma sto grondando di sudore. Lina abbigliata allo stesso modo ma in azzurro, è da strizzare. I capelli che portiamo entrambe lunghissimi sono appiccicati alla schiena. Preghiamo la Madonna di non farci incontrare conciate così i ragazzi che incontriamo la sera la bar del paese, l’unico col Juke-Box.
Eh! Quindici anni sono sempre quindici anni! Nonostante la fiducia del papà di Daniele.

Tre ore di macchina separano il paesino dalla città dove viviamo.
Alle sette di quello stesso giorno, una Lancia Fulvia color vinaccia si ferma con sommo stridio di freni di fronte al cancello della casa. La possiamo vedere, Lina ed io, mentre siamo intente ad apparecchiare le lunghe tavolate del refettorio per la cena. Le vetrate danno sulla strada dove si trova l’ingresso principale.
– Dov’è mio figlio?-
L’uomo è poco più che trentenne, con un fisico asciutto e muscoloso, i capelli semilunghi castani e lunghe basette come vuole la moda degli Anni Settanta. Le mani grandi stringono i Ray-ban a goccia e le chiavi della macchina.
La Direttrice non puo’ opporre resistenza, l’uomo emana una tale forza da ammutolire all’istante chiunque si trovi nel suo raggio.
Nemmeno chiede il nome del bambino, accenna solo all’uomo di seguirla e lo porta da Daniele, suo figlio.
Continuiamo ad apparecchiare, le posate e i piatti pesano quintali, e non aspettiamo altro che veder ripartire la Lancia Fulvia, trattenendo il fiato.

Le gioiose urla di Daniele zittiscono tutto l’edificio, che segue l’uomo mentre scende con scioltezza e sollievo le scale tenendo il suo bambino tra le braccia.
– Lei si prepari. Non finisce qui.- Sono le parole di congedo per la Direttrice.
Daniele sporge il capo dal gomito del padre e ci vede.
Geliamo fino all’osso…sentiamo che sta arrivando…
– Lina! Luisa! Grazie per aver fatto arrivare il mio papà!!!-
L’uomo deposita Daniele sul divanetto dell’ingresso e avvicina la sua fronte a un millimetro da quella della Direttrice.
– Telefonerò ogni giorno alle ragazze per sapere che stiano bene. Ogni giorno, è una promessa.-
La voce bassa e calda con la quale pronuncia le parole non lascia spazio a equivoci. E’ uno che deve mantenere le promesse.

Sono passati anni, da quel giorno. Sono con mia figlia di tre anni alla Standa, in centro.
Un ragazzo dal fisico asciutto e muscoloso mi osserva con insistenza. Sono lusingata, è un bel ragazzo ma per non dare spazio a equivoci mi allontano verso l’uscita.
– Luisa!!!- Il ragazzo conosce il mio nome…- Luisa!!! che bello vederti mio mondo di frutta candita! –
Un largo sorriso accattivante, gli occhi non sembrano più quelli di una bambina, la timidezza è sparita, per pronunciare questa frase si è gettato come un cavaliere d’altri tempi ai  miei piedi. L’ho riconosciuto adesso! E’ Daniele!
– Luisa, quanto ti ha  cercata mio padre! E sai, non penso fosse solo per ringraziarti!!! Ha insistito fin dopo Natale di quell’anno poi…ma sei nei nostri discorsi, che dico, nei nostri cuori da quel giorno. E ci sarai per sempre.-
Prende la mia mano e la bacia prima di allontanarsi sorridendomi fino all’ultimo.

Ho il cuore in gola. Batte così forte che ho paura di vederlo spiaccicato sulle vetrine della Standa.

 

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