Fuggendo dalla pressa mediatica

Le Colonie

Posted by on Apr 22, 2014 in Racconti | 5 comments

Le Colonie

Il trenta giugno sulla Piazza del Comune arrivava la Corriera.
Grande e arrotondata, con fiancate verde militare e il tetto crema.
Le bambine i cui genitori avevano presentato domanda ai Servizi Sociali del Comune, con la Corriera erano accompagnate in montagna, a cambiare aria.

Nei giorni precedenti mia madre, con l’elenco del vestiario fornito dalla Colonia nella borsa, era andata in merceria portandomi con se’.

In cima all’elenco, in grassetto nero il numero assegnatomi: 276 e 354 li ho ancora particolarmente in mente, chissà perchè.

La merciaia esibiva una fettuccia col numero scelto ripetuto all’infinito.
Mia madre contava i capi della lista e scorrendo tra le mani la fettuccia si fermava al numero preciso.
-Qui. Quant’è?-
Io, con le mani sul bancone di legno del negozio e gli occhi appena sopra il bordo, capivo che era così, anche la merciaia era d’accordo tutti lo sapevano, approvavano.
-Si fa così, va così- e l’ultima speranza di potere ribellarmi a quella che sentivo una bruciante ingiustizia per risolvere la quale aspettavo un segnale da non so chi (ma sì… doveva esserci!) moriva nei modi sicuri e calmi della merciaia testimone.

-Anche tu mandi la tua bambina alle Colonie!- così salutavo la signora, sulla soglia del negozio, e la mia non era una domanda, ma un’ affermazione per la quale non aspettavo risposta, visto che uscivo prima che potesse dire qualcosa.
Non volevo risposta, non le davo spazio, volevo solo consumata la mia vendetta.

Indifferente, mia madre si avviava sul marciapiede verso casa.
La seguivo in silenzio pensando, pensando intensamente quanto non volevo andare in Colonia.
Quei numeri rossi sulla fettuccia ripassavano nella mia mente feroci nel loro ordine al quale volevo ribellarmi, impotente.

Però, camminando sui marciapiedi assolati dalle piastrelle zigrinate color mattone, riuscivo a vedere qualcosa di bello.
Ero comunque contenta dei miei capelli lunghi fino alla vita, di quel vestito uscito dal pacco mandato dalla zia finalmente bello e leggero, azzurro e corto.
Mia madre ogni tanto mi lanciava un’occhiata, ma io non protestavo.
Aspettavo di tornare al mio cortile.
Il mio silenzio mi avrebbe fatta dimenticare da lei e avrei potuto fermarmi sotto il porticato con le catene tra i pilastri dei portici dove certo ora stavano giocando le mie amiche.

Sopra le scale che portavano al mio cortile, c’era il BAR di Don Vincenzo.
In estate metteva tavolini e sedie di ferro appena fuori dal porticato, con quattro ombrelloni, ognuno di colore diverso.
Sopra un mobiletto di legno che aveva dipinto di bianco lui stesso, una radio, la cui prolunga continuava nell’ombra fin dentro il BAR.
Don Vincenzo era il lattaio, il panettiere e il barista.
Ascoltava i discorsi dei clienti senza dire mai niente.
Però, al momento giusto un suo commento era decisivo per troncare sul nascere un pettegolezzo, una cattiveria o una rissa.
Geniale, ascoltava e ricordava, per parlare solo a proposito.

Di spalle era seduto mio padre.
I suoi capelli nerissimi luccicavano nel sole, le gambe accavallate e distese, gli amici intorno a lui.
Mia madre gli passava accanto, uno sguardo.
-Mi ritiro- gli diceva.
Il suo profilo mi cercava prima di risponderle.
-Bene.-
Continuava poi a parlare con gli amici e io sapevo di poter rimanere giù con lui.

-Non è più così, fattene persuaso- gli diceva Gino

-No, mai! Se lo facessi tutto quello che ho fatto sarebbe inutile- rispondeva lui

-Non sei il solo, ma se  non accetti la realtà , lo rimarrai.-

-So starci-

– E’ perchè non te lo meriti, che lo dico. Ti meriti…( e con la mano descriveva un cerchio nell’aria) tutto! anche tu! Hai una nuvola cupa sopra la testa e non è per colpa tua, sono i pensieri, di ieri, che non è più così, che non è come credevi. VIVI! Nicolò, vivi…-
Mio padre restava in silenzio e per un po’ gli amici intorno a lui.
Cosetta e Natalia avevano la corda, a turno in due la giravamo, una di fronte all’altra mentre una di noi entrava e usciva dal moto rotatorio senza che le altre smettessero di girare.
La corda mi battè sulla faccia, una frustata, le lacrime agli occhi e il loro sapore in gola, a reprimerle.
-Sbagliato!!- urlarono e toccò a me girare la corda.
Don Vincenzo venne avanti dall’ombra dei portici nella quale aveva ascoltato.

-Stasera danno un film di guerra-

-Be’, Vince’, ti pare il  momento?-

– E’ bello, dicono: dei prigionieri, soldati,ufficiali , fuggono da un campo di prigionia. Anche quelli del campo sono soldati e ufficiali, ma dall’altra parte.-

-Italiano o americano?-

– Americano. Gli attori, poi, tutti artistoni.-

Don Vincenzo vuotava i posacenere CINZANO di plastica, metteva i bicchieri vuoti sul vassoio di metallo che teneva con una mano, e aspettava.

– Domani comincio alle due-

– Io non comincio fin o a domani sera: oggi riposo poi turno di notte-

Posaceneri vuoti, sigarette riaccese.

Don Vincenzo adesso chiedeva alla signora Caterina, passandole il mezzo litro di latte nel cartone a triangolo bianco e rosso, come stava sua madre.

Avevo sete.
-Papà?..-
-Sì, vai e chiedi a Don Vincenzo-
Il refrigerio dell’ombra dei portici, mi fece capire quanto avevo caldo.
La camminata con mia madre, quel pomeriggio.
Un caldo improvviso e senza vento per essere solo il diciotto di giugno.

Mio padre assorto con i suoi amici.
Potevo bere un chinotto, non il solito bicchiere d’acqua.
Don Vincenzo continuava a parlare e io aspettavo composta, nel fresco del BAR-latteria.
La televisione, enorme, era issata su una mensola sopra il bancone dei gelati.
La moglie di Don Vincenzo aveva cucito una copertina di cretonne verde perchè non prendesse polvere, con una rifinitura in passamaneria.
A chi la prendeva in giro, per le ochette disegnate sopra, rispondeva:
-L’avanzo del grembiulino di mia nipote, che dovevo buttarlo via?-
Don Vincenzo entrava e mi strizzava l’occhio, mentre versava il chinotto, la SPUMA al chinotto.
Poi usciva.
– Allora vi aspetto, intesi? Comincia alle nove meno un quarto-
-Se è brutto ‘sto film, offri tu le consumazioni.-
Don Vincenzo rideva, soddisfatto.

 

Salendo le scale dietro papà, su ogni pianerottolo un odore diverso.
Odori, o profumi delle cene che si sarebbero consumate.
Odori se la cuoca era scarsa o i soldi pochi, profumi per le brave massaie e chi poteva spendere meglio.

Girando sul nostro pianerottolo, inconfondibile odore di dado.
-Non puoi sbagliarti- diceva papà.
Lui e la mamma si guardavano mentre posava la camicia bianca sullo schienale della sedia e restava in canottiera.
Silenzio.
La mia minestra aveva un formaggino, quella di papà un rosso d’uovo.
Mamma fumava.
Ad ogni cucchiaiata ingoiavo anche NON VOGLIO ANDARE IN COLONIA immaginando le mie parole dette in una nuvola da fumetto che loro avrebbero subito cancellato senza leggerla.
Pensavo allora alle nove meno un quarto di quella sera.

-Alle nove meno un quarto!- questo lo dicevo ad alta voce.

-Cosa?- mia madre

-Don Vincenzo aspetta papà alle nove meno un quarto- insistevo.

-Ti fai prendere le parti dalla bambina?-

La guardava, e con quel sorriso a mezza bocca che era solo suo, scuoteva la testa.

– Infatti –

Scendevo le scale per mano a papà.

Come avevo visto fare in un film, da un’attrice che lì faceva un sacco di cose che avrei voluto fare io, avevo un giacchettino ripiegato su un’avambraccio e la borsa più piccola di mia madre al polso.
Lei non voleva che scendessi.
-Mica va a scuola domani- disse mio padre.
Poi mi guardò, e capii che anche lui stava ingoiando, e ingoiava  POI PARTE PER LA COLONIA  ma la frase non spariva, rimaneva incisa nell’aria tra loro due.

Don Vincenzo aveva disposto tre file da sei di sedie, un po’ in  metallo, un po’ in legno.

Ora stava facendo da paciere perchè le sedie in metallo avevano i braccioli, quelle in legno no.
Papà mi prendeva in braccio solo su una coscia, per poter avere una mano libera per fumare.
Avrei visto come sempre il film a turno sulle sue cosce, respirando il suo profumo.
Intimorita dai due bottoni aperti appena sotto il collo della camicia, in un piacevole disagio.

Ed ecco il film.
Baracche di legno, ogni  componente un  numero.
Un salto sulla coscia di papà!
-Hanno le camerate, i numeri!-
-Sì, era così!-
 Suor Ferdinanda ora aveva il velo col viso dell’attore che faceva il cattivo.
Papà e i suoi amici commentavano ogni scena, passandosi la parola uno con l’altro, d’accordo all’unisono.
Sapevano, era così.
Però erano qui ora, nel BAR di Don Vincenzo che lavava i bicchieri dietro il bancone, una sigaretta tra le labbra e gli occhi socchiusi con i quali non li perdeva di vista.

Ecco il segnale che stavo aspettando!
Andare in Colonia ora non era più pesante sopra di me, una lastra di pietra che cercavo di spingere con le mani cercando inutilmente di liberarmene.
DOVEVO ANDARE !
Anche io avrei vissuto qualcosa di importante, avrei potuto vedere le ingiustizie e combatterle,diventare il capo di chi NON VOLEVA ANDARE IN COLONIA, Cosetta e Natalia tanto per cominciare.
Ero felice.

Avevo aiutato mia madre a cucire i numeri sulla mia roba.
Papà mi aveva fatto un seggiolino di legno uguale a quello di lei ma più piccolo, che odiavo, perchè l’aveva fatto in silenzio, con le rughe dritte sopra la fronte, non fischiando come di solito quando lavorava il legno.
Mia madre mi guardava di sottecchi.
Domande tra di noi, che mai sarebbero state fatte.

La mattina della partenza ero stata la prima a salire sulla Corriera.

Mio padre ora mi guardava smarrito da sotto.
La mia felicità mi aveva fatta dimenticare di lui.

-Mia figlia piange ogni volta, ma le fa bene. Tossisce e si ammala ogni inverno. Da quando va su un po’ meno-
Diceva un signore a mio padre.

-Non ricordo di aver visto mia figlia malata, non deve essere bello- rispondeva mio padre schiacciando la sigaretta con la punta della scarpa.

-Allora perchè manda lì sua figlia un mese?- Lui non rispose subito, guardò prima me.

-Anche lei non era contenta le altre volte, ma quest’anno… sembrava non veder l’ora in questi ultimi giorni.-

-Mia figlia ha sei anni, la sua?-

-Nove- rispose mio padre.

-E’ già grande!-  Mio padre lo guardò: l’uomo lo salutò e andò via.

Il suo viso rivolto a me.
– Sei felice? VUOI andare? Se dici di no torni a casa con me.-

-Sono felice, papà ti scriverò e sarai fiero di me!-

La Corriera tossì e sputò prima di avviarsi.

Alcune piangevano, altre si facevano dispetti.
Le due novizie che ci accompagnavano giravano tra i sedili.
Io guardavo i genitori fermi giù, alcuni parlavano tra loro, altri erano già andati via.

Mio padre, con le mani nelle tasche dei pantaloni, fece un cenno con la testa verso di me quando la Corriera partì.

 

Ti potrebbe interessare anche:

5 Comments

Join the conversation and post a comment.

  1. claudia

    Un bellissimo racconto che si fa leggere tutto d’un fiato, pieno di immagini che mi hanno trasportato con la mente in una realta’ che io non conoscevo,ma che ho visualizzato in modo nitido….un breve racconto che mi ha comunque emozionata.

    • Lu

      Grazie per aver letto il mio racconto.
      Sono io che mi emoziono pensando di regalare qualcosa con le mie parole…Grazie!

    • Lu

      Ciao Claudia!
      Grazie per aver letto e commentato il mio racconto!
      Mi piace l’idea che leggendo Ti siano arrivate immagini…Molto poetico! Grazie!

  2. Barbara

    Scrivi sempre dei bei racconti di vita vissuta. Mi fa proprio piacere leggerli.

    • Lu

      Ciao Barbara!

      Grazie per il tuo commento. I racconti partono dalla vita vissuta, ma in quello che scrivo c’è anche molto del mondo della mia fantasia…

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On Instagram