Fuggendo dalla pressa mediatica

Poche parole ma, ben dette?

Posted by on Feb 25, 2018 in Media | 0 comments

Poche parole ma, ben dette?

Da uno studio di Manuel Castells ” Negli Stati Uniti la radio ha impiegato trent’anni per raggiungere sessanta milioni di persone, la televisione ha raggiunto questo livello di diffusione in quindici anni; internet lo ha fatto in soli tre anni dalla nascita del world wide web”.

La velocità con la quale sono avvenuti cambiamenti nella Società, nella vita collettiva e privata, ha influito sul modo di comunicare.
Le contrazioni dei rapporti lavorativi, sentimentali, di amicizia, hanno portato ad un modo di esprimersi sintetico.
La capacità di sintesi è innegabilmente un dono.

Ma da quando comunicare non è più solo parlare, ma anche restare in costante collegamento con tutti attraverso social e cellulari, la brevità della sintesi si esaurisce in concetti che, più che pensieri aperti al confronto, sembrano sentenze inappellabili e granitiche.
Scorrendo le home dei social, appaiono frasi rinchiuse in link,  scolpite su  cartelli enuncianti massime inappellabili e definitive.
Con le quali o si è d’accordo o non lo si è.
Mi piace o non mi piace. Punto.
Nessuno spazio al confronto, alla possibilità di un’idea che, partendo dall’enunciato, apra dinamiche espressive molteplici, tenendo conto delle molte variabili dell’animo umano, di una situazione, di uno stato d’animo.

La comunicazione digitale ha precise regole di linguaggio e parole per esprimere concetti.  E’ vero. Sembra, però, che non restino riservati nell’ambito della connessione mediatica. Dove ci si sofferma brevemente e,  di conseguenza, nell’abbondanza di messaggi,  catturare l’attenzione è difficilissimo.

Come farsi notare in mezzo ad una folla.

Messaggi la cui essenzialità di contenuti ( o povertà a seconda di come la si intenda) è compensata dalla loro sovrabbondanza. Che rappresenta, anche, un limite : manteniamo lo stesso modo di esprimerci  nella vita reale. Dove le parole attenzione e ascolto mancano, come nel linguaggio mediatico.

Si perdono così, i contatti autentici, a scapito dei contatti virtuali, asettici.

Condividere link sentenziali, non può sostituire la condivisione  del dialogo autentico tra persone.
L’ascolto vero dell’altro.

Parlare è relazionarsi, lasciarsi inondare dalle emozioni e dai pensieri degli amici.
Dai loro pensieri veri, non quelli già formulati da scrittori, personaggi famosi, filosofi.
Richiede voglia di mettersi in gioco davvero, di essere disponibili.

Di “sporcarsi” magari, con le loro paure e fragilità che non sono brandelli d’anima da dare in pasto ai social.

Ma che contengono, invece, il vero significato della parola condividere.

 

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