Fuggendo dalla pressa mediatica

Tra sogno e realtà

Posted by on Nov 7, 2014 in Intorno a noi | 1 comment

Tra sogno e realtà

Dal balconcino rientrato del tinello vedevo la finestra della camera di Gigliola. Per uno scherzo del destino, si chiamava proprio come la Cinquetti, la virginea cantante di Non ho l’età, la figlia della nostra vicina di casa.

Era lei la figlia che mia madre avrebbe voluto avere! Con i capelli a caschetto sempre ordinatissimi e trattenuti da un cerchietto.
I vestiti appena sopra il ginocchio, rigorosamente beigesss, come li chiamavo io, o bianchi o grigini…nessun colore doveva far pensare al prossimo che Gigliola potesse avere un guizzo di fantasia, di umanità, di calore!

Lei sì, che era una Ragazzzasseria!!! Mia madre lo pronunciava così, Ragazzzasseria, per sottolineare l’importanza dell’affermazione ai miei occhi di ribelle con i ricci scomposti impettinabili e indomabili!

Non dava pensieri, Gigliola, ai suoi genitori! Forse perché non ne aveva o pensava solo quello che le dicevano di pensare…

La stavo aspettando, Gigliola, fumando di nascosto dal balcone del tinello. Che poi tanto di nascosto non era, visto che i vicini di casa avrebbero potuto vedermi! Ero sola in casa quel pomeriggio, mi ero vestita per uscire: la mia lunga gonna svolazzante tutta fiori psichedelici e uno stretto top azzurro cielo. I capelli lunghissimi, riccissimi e folti ricadevano sulla ringhiera e nascondevano il mio viso mentre aspiravo il fumo della Gitanes.

Eccola! Le ditine lunghe e affusolate di un bianco marmoreo disponevano sul davanzale affarini dai colori tenui che non riuscivo a distinguere. Le mie mani erano piccole e nervose, con le vene già in evidenza, forse per la mia magrezza che nemmeno i Grilletti di pastasciutta da mezzo chilo alla volta divisi con mio padre riuscivano a far sparire…o forse per il lavoro continuo in casa e fuori…Gigliola si rifaceva il letto tutte le mattine, tutto il quartiere riportava la notizia diffusa da sua madre già in caccia di un marito per lei, come se rifarsi il letto tutte le mettine fosse ‘st’impresa!
Mia madre parlava malissimo di me, con tutti, perché mentre rifacevo i letti, spazzavo, lavavo, preparavo da mangiare, rispondevo alle sue insulsaggini, manifestavo le mie idee, inutilmente ma con speranzosa forza, cercando di farmi sentire da lei.

I cosini colorati disposti sul davanzale erano da lontano indecifrabili. Che cavolo aveva fatto tutta la mattina? La mia vista di aquila finalmente riuscì a svelare l’arcano: una ragazza di diciassette anni, aveva passato tutta la mattina a fare cosine col pongo! Distinguevo un piccolo candeliere, un cestino con frutti vari, rose con il ramo, grappoli d’uva e via così…

Una rabbia sorda impotente mi stava invadendo!
Perché mia madre mi considerasse una brava ragazza avrei dovuto trascorrere il tempo in casa realizzando lavoretti da Centro di Igiene Mentale!

La sigaretta era finita, l’avrei gettata dalla pattumiera condominiale sul balconcino sopra le scale prima di scendere per andare a lavorare.
Afferrata la borsa di cuoio con le frange, chiusi  la porta dietro di me e, dopo la tappa al balconcino, scesi saltellando le scale verso l’ascensore.
Gigliola era lì in composta attesa. Le avrei dato un ceffone solo per vedere la sua reazione. Ma lo sapevo già: avrebbe spalancato la bocca in un urlo silenzioso, e poi, rossa in faccia, si sarebbe barricata in casa per raccontare tutto a mammà.
Non ne valeva la pena.

Mi fece un sorrisetto arricciando il naso, io la guardai senza espressione.

In ascensore si schiacciò nell’angolo più lontano per sottolineare la sua inarrivabilità.
Rimasi al centro, tranquilla e serena, uscendo per prima  lasciandole chiudere le porte dell’ascensore.

Mi dimenticavo di Gigliola l’attimo stesso in cui la incontravo.
Ma ci pensava mia madre a ricordarmela. Quanto era brava, quanto era buona, in confronto a me, che rispondevo, pensavo, esprimevo le mie idee. Gigliola taceva sempre. Frequentava la Parrocchia, ma non faceva parte del gruppo di atletica, o degli animatori dei bambini come me e le mie amiche.
Cantava nel coro, e basta.
Capitava in quelle occasioni in cui condividevamo un inno sacro o un accompagnamento corale ad un matrimonio, sentirla mormorare qualche frase. Ma davvero era così lontana da me, in ogni senso, che non me ne curavo.
O forse, pensandoci adesso, ero curiosa. Curiosa di capire chi fosse in realtà l’immaginetta che avevo come vicina di casa.

Appena fu autunno, il lavoro finì e tornai a scuola. I pomeriggi studiavo a casa di una mia amica. Era impensabile per me studiare in casa mia con mio fratello e i suoi amici iperattivi intorno, e mia madre che non diceva niente, anzi, sgridava me se mi permettevo di chiedere un poco di silenzio o di suggerire una partita a pallone in cortile.
” E’ casa sua come per te, cosa credi? Se vuole invitare gli amici perché non potrebbe farlo? ”
” E se invitassi io le mie amiche per studiare? ”
” Ma LUI non potrebbe giocare! Lo sai che non sta fermo un momento!!!! Non puoi costringerlo….”
Il seguito si disperdeva nel vento. Ero già fuori per raggiungere la casa della mia migliore amica che di fratelli ne aveva otto, ma se dovevamo studiare sua mamma li teneva con lei in cucina, chiudendo la porta della sala dove alla cinque, puntuale con un’inglese, ci portava la cioccolata fatta con le sue mani.

Rientrando una sera dal pomeriggio in famiglia, una famiglia vera, quella della mia amica, trovai mia madre sconvolta.
Pensai che mio fratello ne avesse combinata un’altra delle sue.

Aspettavo come si aspettano le prime gocce di pioggia di un cielo plumbeo le sue parole, come una liberazione:dopo il temporale sarebbe tornato il sereno!

“Tu non sai cosa è successo!”
Riconosciamole l’istinto del melodramma: lasciava in sospeso la frase il tempo necessario per creare aspettative, innestare pensieri tipo…oddio avrò sciacquato la mia biancheria stamattina?…per poi colpire, inesorabile!
“Gigliola aspetta un bambino!”

 

Sul viso di mia madre passò l’espressione che forse aveva avuto Gesù Cristo nel Getsemani dopo aver incontrato Giuda.

Mi fece tanta pena che non dissi nulla delle mille cose divertenti che mi erano subito venute alla mente!
Ma dove era potuto succedere, lei guardata a vista, mansueta come la pecora di un gregge!
Con chi, poi…nessun ragazzo osava alzare gli occhi su di lei…o forse era successo davvero! Era bastata un’occhiata come per la Vergine Maria?

Mi figuravo Gigliola intenta a disporre cosine di pongo sul davanzale, illuminata dall’apparizione di un tipo alto, in tunica bianca, con lunghissimi capelli biondi ed una sterlizia in mano, che con una guardata le faceva emettere un suono…un gemito che faceva accorrere mammà dalla cucina!
E’ così che l’avrebbero raccontata a chi non la voleva conoscere! Perché erano così, convinte di dover dare spiegazioni su di loro come se fossero poi così importanti!
Mi spiaceva per Gigliola. L’avrebbero massacrata dopo averla innalzata con lo stesso fervore ed accanimento, povero agnello sacrificato sull’altare del pettegolezzo insulso!

Nei mesi successivi, l’evento fu al centro dell’attenzione di tutto il quartiere.
Anche per coloro ai quali non interessava affatto, come me.
Era impossibile andare a comprare il pane, le sigarette o il giornale, il latte o la cerniera per la gonna senza che qualcuno non commentasse aggiungendo particolari, informazioni, si dice alla vicenda di Gigliola che per me avrebbe dovuto restare chiusa dietro le finestre e i lavoretti di pongo.

Mi era diventata simpatica, la difendevo dai pettegolezzi, troncavo le chiacchiere su di lei.
Aveva dimostrato di possedere un’umanità oltre la passione per il pongo!

Ed ero orgogliosa di me quando qualcuno diceva: “Ha ragione, non dobbiamo commentare, ci pensa la sua famiglia! Siamo proprio dei pettegoli!”
Rientravo a casa con una leggerezza nell’animo che mi faceva sorridere di niente!

Ma una sera dal lattaio, dopo l’ennesima presa di posizione da parte mia per lei, una signora che stimavo e di cui mi stupivo partecipasse ai pettegolezzi, mi guardò intensamente e disse: ” Sei sicura che abbia bisogno delle tue difese?”
Poi salutò tutti, mi passò accanto sfiorandomi un braccio con affetto ed uscì.
Rimasi sconcertata dalle sue parole, ma le dimenticai presto: la scuola, le amiche, la ricerca di un lavoro estivo prendevano le mie giornate molto di più delle vicende di Gigliola!

Una sera, vidi Gigliola riflessa dietro di me nei vetri del portone.
La pancia cominciava a vedersi, la aspettai prima di avviarmi all’ascensore.
“Ciao Gigliola, come stai?”
“Io benissimo! Lo so che tutti parlano male di me, ma non me ne frega niente! So anche che tu parli in mia difesa, guarda non è proprio il caso! Non sono una sprovveduta che ha bisogno del tuo aiuto!”
Mi si era gelato il sangue. Non era lo stato d’animo che mi aspettavo di vedere. Non che sarei stata contenta di vederla abbattuta e distrutta, ma una tale freddezza non riuscivo a capirla, per quanto mi sforzassi…lei se ne accorse e mi guardò con…pena quasi!
“Lo sai che è il padre del bambino?”
Lo avevo sentito dire, era il figlio di un medico importante in città. L’unico figlio.
“Sì, l’ho sentito dire…ma ora che farai tu?”
Gigliola dette una risatina tirando indietro la testa.
“Come che farò? Lo so benissimo quello che farò! Mi sposerò con lui!”
“Sono contenta per te! Siete davvero innamorati allora!”
Lo sguardo intenso e determinato che mi diede l’ho ancora davanti agli occhi, sullo sfondo grigio della cabina dell’ascensore.
“Una ragazza deve guardare con chi si mette.”
Eravamo al piano. In silenzio senza salutarci ognuna di noi due rientrò in casa.
Mi sentivo come se una mano fredda mi fosse passata sul cuore, con un’impressione intorno a me così brutta da non sapere come scacciarla.
Una ragazza deve guardare con chi si mette.
Ma che vuol dire? Che significa?

A maggio di quell’anno, Gigliola e il figlio del medico si sposarono nella Chiesa del Quartiere.
Noi ragazze andammo tutte a vederla  ed a cantare nel coro gli inni matrimoniali…

Eravamo sul sagrato, aspettando gli sposi per gettare loro il riso appena si fossero presentati sulla porta della Chiesa, dopo aver firmato il registro in Sacrestia.

Eccoli, gli sposi!
Tutti si fanno intorno a loro, gettano il riso, li abbracciano, li baciano congratulandosi!

Incrocio per un attimo lo sguardo di Gigliola: una ragazza deve guardare con chi si mette.
Adesso mi è chiaro il significato.

E un vento freddo mi fa rabbrividire.
Ancora adesso.

 

Lasca un commento se…

Anche tu hai conosciuto o conosci una gattamorta…e ancora adesso rabbrividisci al ricordo!

 

 

One Comment

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  1. emilio

    bello, Lu! questi brani che attingono alla realtà della vita di quartiere sono fantastici, e con grande garbo se ne trae una morale

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