Fuggendo dalla pressa mediatica

Un amore di Maestra: dalla mela alla denuncia

Posted by on Set 1, 2015 in Intorno a noi | 0 comments

Un amore di Maestra: dalla mela alla denuncia

 

 

Gisella era una bambina piccola.
Ma piccola davvero rispetto alle compagne! Per intenderci, era già in terza elementare, ma  la cartella strusciava sull’asfalto mentre camminava verso la scuola tenendola per la maniglia!
Una cartella di cuoio marrone, regalo degli zii, tutti insieme ci si erano messi per comprarla! Doveva durare fino in quinta, per cui lo zio Ettore l’aveva fatta rinforzare dal calzolaio, che aveva applicato una striscia di cuoio alla base della cartella.
Così Gisella poteva tranquillamente continuare a strusciarla sulla via della scuola senza il pericolo di seminare i quaderni e i libri sul marciapiede!
Abitava in uno dei quartieri popolari appena costruiti subito dopo la Guerra.
Ma il suo papà aveva voluto iscriverla in una Scuola quasi in centro.
Il Comune aveva messo a disposizione dei locali da adibire a scuola elementare per i bambini del quartiere.
Ricavandoli dagli appartamenti al primo piano ancora sfitti degli anonimi palazzoni.
Ma il papà di Gisella voleva il meglio per lei!
E pazienza se doveva alzarsi un poco prima per percorrere a piedi il tragitto verso la Scuola!
Ne sarebbe senz’altro valsa la pena, vista la qualità ben differente dell’ambiente scolastico!
Vedeva Gisella sempre sorridente e, le rare volte in cui incontrava la sua Maestra in occasione dei ricevimenti scolastici, la signora gli pareva affezionata alla sua bambina. L’abbracciava davanti a lui, e ci teneva a salutarla stampandole due bacioni sulle guance!
Gisella si sottraeva sempre a questa manifestazioni di affetto. Sul momento, sembrava strano al suo papà. Ma lui attribuiva il suo modo di fare alla timidezza estrema di Gisella.
Timidezza della quale avrebbe tanto voluto riuscisse a liberarsi!
La Maestra era un donnone dal corpo massiccio e privo di grazia.
I suoi tentativi di conferirgli un aspetto più leggiadro, come  ad esempio i capelli cotonati, il rossetto acceso, le scarpine dai tacchi alti sotto i polpacci da terzino, risultavano stridenti con tutto il resto.
Spiccava la loro futilità rispetto alla sostanza poderosa di ciò che invece si intuiva dai movimenti del corpo: una grossolanità d’animo difficilmente mascherabile.
Gli occhi porcini saettavano sotto la riga di eye-lyner sulla scolaresca composta da 43 bambine di diversa estrazione sociale.
Si sentiva la differenza di atteggiamento verso ognuna di loro, percepita nelle sue movenze fisiche: le spalle si incurvavano servili nell’avvicinarsi ai banchi delle figlie di medici ed avvocati. Si aprivano invece come pronte a punire, le braccia tese lungo il corpo, la sosta breve e indifferente accanto ai banchi delle figlie di operai ed artigiani.
Se talvolta si assentava, chiamata in segreteria, era la figlia del Maresciallo dei Carabinieri, eletta con ovvietà banale capoclasse, l’incaricata di mantenere la disciplina.
Si avviava solenne alla lavagna, dove tracciava una linea verticale a dividerla in “buone” e “cattive”.
Gisella apparteneva alla compagine proletaria della scolaresca. Investita a prescindere dalla Maestra dei peggiori difetti, intenzioni, comportamenti.
Qualunque cosa facessero le componenti di detta compagine, era stravolta e manipolata negativamente dall’ottusa visione, da parte della Maestra, che risultava ristretta alla loro provenienza sociale.
Per cui erano comunque brutte, sporche e cattive!
L’ipocrita figura deputata all’educazione delle future cittadine, era però diabolicamente furba, nonostante la sua meschinità!
Mostrava ai genitori delle appartenenti alla compagine della scolaresca, ai suoi occhi sfortunata e senza prospettive nella vita, espressioni di affetto esagerato. Vere, agli occhi dei genitori che la incontravano due volte all’anno.
Pelose e vomitevoli per le bambine, che ne frequentavano giornalmente la torpidezza d’animo.

Tutto questo non era consapevolmente vissuto dalle bambine. Restava una sensazione spiacevole, che ne accompagnava i mesi scolastici. In casa non ne parlavano, non possedevamo ancora gli strumenti per tradurre in parole i loro sentimenti. La loro intensità aveva creato un’amicizia profonda tra loro. Le proteggeva e le sosteneva come una calda coperta in una fredda notte invernale.

Il giorno dell’onomastico del suo papà, Gisella era stata incaricata dalla Maestra di contare le finestre e i bovindi della struttura scolastica. La donna aveva letto da qualche parte che il mondo stava cambiando. Era il 1968, e le idee nascevano e si espandevano diffondendosi tramite giornali, radio, trasmissioni televisive. Sembrava che l’educazione dei bambini non si dovesse fermare alle sole tradizionali materie d’insegnamento. Ma ampliarsi, permettendo loro di interagire con maggiore dimestichezza e consapevolezza con l’ambiente in cui vivevano.
La conta delle finestre, sarebbe andata a completare il disegno della struttura scolastica in cui le scolare trascorrevano gran parte del loro tempo, allo scopo di conoscerlo ed acquisire gli spazi in cui si muovevano.
Lodevole intento da parte della Maestra!

Gisella, però, abbiamo detto era piccola di statura. E nella fila di bambine che, composte in fila e sotto la guida della Maestra, camminavano per i corridoi con il quaderno in mano dove scrivere il compito assegnato loro, spariva quasi dietro la capoclasse.
La figlia del Maresciallo era fisicamente una Maestra in miniatura, e per questo possente rispetto a Gisella! Che non vide così un bovindo. E non lo inserì nella conta delle finestre.

La cosa non sfuggì all’attenzione della Maestra. Avrebbe magari potuto riprendere Gisella, facendole ricontare le finestre. Dopotutto era stata poco attenta, e questo le avrebbe insegnato a prestare maggiore impegno in futuro.
Ma la sua visione distorta sulla compagine, inquietò il suo animo già poco disposto a tollerare errori.
Afferrato con furia il quaderno di Gisella, disegnò sulla pagina uno zero, enorme agli occhi della bambina! Con la matita blu, inoltre! E per rafforzare il messaggio, tracciò una linea trasversale sullo zero…ZERO SPACCATO!!!!
L’umiliazione più nera da infliggere agli scolari degli Anni Sessanta!!!
” Adesso, carina, prendi il tuo quadernino, lo tieni aperto davanti a te, esci in corridoio e stai lì, finché non ti richiamerò in classe! Tutti devono sapere lo zero spaccato che sei!”
Per tutta risposta, Gisella sbattè il quaderno a terra saltandoci sopra furiosamente, strappandolo, riducendolo a carta straccia!
” Dammi il diario.” Si potevano vedere le stalattiti pendenti dalle parole.
Gisella andò al banco, in un silenzio fatto di 42 fiati sospesi, palpabile di paura. Porse il diario alla Maestra e aspettò che scrivesse la nota.
Quando la donna glielo porse la guardò dritto negli occhi e lo riportò al banco, sedendosi tranquilla.
Sentiva che qualcosa si era…sbloccato, come quando si apre una finestra in una stanza dall’aria viziata.
In quel momento, la Maestra venne chiamata in Segreteria. E la Figlia del Maresciallo si appostò alla lavagna. Gisella si mummificò quasi in un’immobilità totale! Era l’onomastico del suo papà e una nota era già un brutto regalo per lui! Figuriamoci due!
La Capoclasse percepì lo stato d’animo e graffiò il nome Gisella sulla lavagna!
Gisella si alzò e avvicinandosi alla Capoclasse le chiese “Per favore! Cancella il mio nome dalla lavagna, oggi è l’onomastico di mio papà e non voglio dispiacergli! E poi non ho fatto proprio niente!”
La Capoclasse la spintonò al suo posto e in quel momento la Maestra rientrò.
Il diario di Gisella fu nuovamente protagonista.

Era in terza elementare, Gisella, nel 1968. E davvero non ne poteva più, in un modo viscerale inconscio e per questo sentito all’ennesima potenza, del clima instaurato dalla Maestra.
Ne percepiva l’ingiustizia con la chiara verità propria dei bambini, che non ha bisogno di tante parole. Stavano tutte nelle lacrime che stava versando senza più contenersi, mentre la mattinata scolastica stava finendo.
Tra poco sarebbe rientrata a casa, con due note! Il giorno dell’onomastico di papà!
Si fece largo tra le compagne, indossò il cappottino azzurro e si pose all’inizio della fila per uscire.
Appena fuori dal portone della scuola, si fece di lato, con la cartella dalle chiusure metalliche stretta con due mani. E quando la Capoclasse si fece sulla soglia, la roteò con tutte le sue forze colpendola in pieno viso!
Poi corse senza voltarsi, senza fermarsi fino a casa! Entrò come una saetta nel corridoio, piangendo ormai forte, e cercando le braccia di suo padre!
“Sto male papà!!! Sto male!!!”
Allibito, sconcertato spaventato, papà cercava di calmarla. Le misurò la febbre e, visto che era molto alta, la mise a letto, in un silenzio perplesso.
Alle due del pomeriggio, il campanello annunciò una visita. Era il Maresciallo, con la Capoclasse.
La quale aveva un vistoso cerotto sulle labbra.
” Mi spiace informarla che questa ( indice sul cerottone) è opera di sua figlia. Una teppistella senza educazione! ” tuonò il Maresciallo senza tanti preamboli!
Il padre di Gisella guardava la maresciallina  cercando di mettere a fuoco la situazione.
” Ma lei l’ha mai vista, mia figlia?” Riuscì a sussurrare in preda più allo stupore che alla paura.
” Ho visto quanto basta a qualificarla come un soggetto pericolosissimo per la scolaresca! La Maestra concorda col mio parere di punirla severamente, affinché certe…intemperanze non si verifichino ma più!” Il Maresciallo non scindeva l’uomo dall’ufficiale nel modo di esprimersi.
Il papà di Gisella fece dietrofront, percorse il corridoio che univa l’ingresso alle camere, prelevò Gisella dal letto e tornò sui suoi passi.
“Questa è mia figlia” Affermò deponendola accanto alla maresciallina. Che avrebbe potuto contenerla come una matrioska.
Le guance del Maresciallo, virando al bordeaux, si rivolsero alla figlia ” E tu, ti sei fatta mettere sotto da questo…topolino?!”
” Ma papà!!!…”
“Niente ma papà!!! Andiamo! mi scusi sa, sono cose da bambini…un proverbio al mio paese dice che…chi si mischia di bambini si  mischia…”
“Lo conosco, grazie! Lo diciamo anche qui! Comunque, qualunque cosa abbia bisogno…mio fratello è infermiere in Ospedale…”
” Ma no, ma no!!! ” Il sorriso tirato, la mano che sospingeva la figlia verso l’ascensore, il Maresciallo scomparve inghiottito dalle porte della cabina.

” Adesso voglio sapere tutto. E non tralasciare niente.” Disse il papà, rimettendo Gisella a letto e porgendole una tazza di tè.
Gisella sciolse il nodo che le chiudeva lo stomaco, parlò e parlò …
” Per qualche giorno starai a casa. Poi vedremo.”
Il papà di Gisella si recò alla Scuola, al Provveditorato agli Studi.
Dopo un mese, Gisella tornò a scuola. In uno degli appartamenti messi a disposizione dal Comune nel suo quartiere.
La Nuova Maestra era alla prima nomina. Una ragazza esile e vivace, dai dentini a castoro. Aveva una cappettina blu, a dimostrazione della serietà del suo impegno. Niente tacchi e rossetto. Ma un sorriso dolcissimo e allegro per ognuna delle sue alunne.

 

 

 

 

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